Messa del Santo Natale 2018 – Omelia di don Giorgio
«Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse», così il Profeta Isaia annuncia la grande gioia che arriverà per il popolo di Israele e per il mondo intero. Una grande luce che aiuterà a vedere meglio la strada buia e pericolosa. In effetti è vero il cammino dell’umanità, il cammino di ogni comunità e di ogni famiglia spesso deve passare attraverso strade con un po’ di oscurità, e così ci rendiamo conto che abbiamo bisogno di una luce che ci aiuti a vedere meglio, per camminare più sereni e senza pericolo.
Abbiamo bisogno di una luce!
La luce, infatti, ci aiuta a vedere meglio le situazioni di ogni giorno, ad affrontarle con più pazienza, con più impegno e con meno superficialità. Per accendere una luce bisogna però impegnarsi, accendere la luce è come accendere un fuoco. Gli antichi ci insegnano che per accendere un fuoco ci vuole pazienza: bisogna scegliere bene la legna, lasciare da parte quella umida e prendere quella secca; bisogna trovare un luogo adatto per preparare il focolare; bisogna scegliere le sterpaglie e metterle per prime, poi è necessario mettere i rami più piccoli senza soffocare il fuoco nascente e solo in cima la legna più grande che farà durare il fuoco più a lungo.
E così anche nella nostra società per accendere la luce e per farla durare a lungo, ci vogliono impegno e pazienza: bisogna entrare dentro le situazioni; riconoscere e scegliere ciò che è buono e lasciare ciò che non lo è; non si può fare tutto in fretta e prendere la prima legna che mi capita tra le mani, perché con la legna bagnata il fuoco non si accenderà; con la paglia apparentemente si accenderà ma durerà poco e la luce presto si spegnerà. Purtroppo sembra che la nostra sia una società dell’apparenza e della fretta dove non abbiamo più tempo per fare le cose per bene, giudichiamo persone e situazioni senza prenderci del tempo per capire le cause dei problemi: e per questo se mio figlio va male a scuola o ha preso una nota disciplinare sicuramente è colpa dell’insegnante che non ha saputo comprenderlo, certamente non è mio figlio che si comporta da maleducato, non c’è bisogno di sprecare del tempo – che non abbiamo – per chiedere all’insegnante le motivazioni di questo provvedimento, preferisco lamentarmi e credere a mio figlio. E se l’insegnante si lamenta al massimo lo insultiamo o lo prendiamo a botte, tanto nessuno dice niente; è colpa degli altri o di chi è venuto prima di me se le cose vanno male, non c’è tempo per capire le motivazioni dei problemi o sforzarmi di seguire una strada tracciata da qualcun altro, è meglio ricominciare da capo ma come dico io; è colpa di mio figlio se non ci capiamo e non ci parliamo più, non ho tempo per confrontarmi e capire se sbaglio anche io; è colpa di chi ci governa se le tasse sul lavoro sono così alte e io non posso pagarle e mettere in regola i miei operai; è colpa di chi ci governa se non trovo lavoro subito, magari sotto casa senza neanche spendere del tempo per riqualificarmi. Nella società dell’apparenza e della fretta vince chi la spara più grossa, vince chi ha più visibilità, vince chi dice le cose che a prima vista sembrano vere. Non analizziamo più le situazioni, giudichiamo tutto e tutti senza confrontarci, senza accendere la luce, senza cercare e scegliere la legna buona; e così un migrante che lascia la sua terra per affrontare un viaggio nel quale non sa se sopravviverà diventa per molti un intruso che ci toglie un posto di lavoro, e se i ragazzi non vengono più a Messa o all’Oratorio è soprattutto colpa del Parroco o dell’incaricato dell’Oratorio che non li chiama mai.
I giudizi veloci sembrano la migliore modalità di affrontare i problemi. Nella società dell’apparenza e della fretta non vogliamo cercare la verità perché ci fa male e perché forse questa verità ci chiederebbe di cambiare atteggiamento.
Sono le stesse valutazioni che ha fatto Erode all’arrivo dei Magi che gli chiesero «Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo», non si è preoccupato di verificare di persona, di andare lui stesso a vedere quel povero bambino, si è fatto guidare dalla fretta, dalla paura e dall’apparenza, come spesso facciamo anche noi, e ha sentenziato: «qui c’è spazio per un solo Re, lui dovrà morire!». Diverso invece è stato l’atteggiamento dei pastori; loro non avevano nulla da perdere, anche a quel tempo erano evitati da tutti! Ma potevano non credere all’Angelo, come Erode non aveva creduto ai Magi, e stare tranquilli dove si trovavano, invece, presi da grande stupore, si avvicinarono a quel bambino per ricevere la sua luce.
Abbiamo bisogno di una luce!
Quel bambino ci insegnerà a non avere paura, a non giudicare dall’apparenza e così quando incontrerà Zaccheo non vedrà soltanto uno strozzino ma un uomo solo, che ha bisogno di comprensione, e gli urlerà: “Zaccheo scendi perché oggi vengo a casa tua!” Ci insegnerà ad amare gli altri come e più di noi stessi, ad accogliere sempre e senza diffidenza, a non adagiarci sui nostri innumerevoli difetti ma a combattere le nostre contraddizioni, e ad avere pazienza con noi stessi e con gli altri, come la avrà con i suoi primi collaboratori che sembrerà che non capiscano mai niente di quello che gli insegnerà.
Questo bambino accende una luce nella vita dell’umanità!
Abbiamo bisogno della sua luce!
Questo Natale allora vorrei che ci lasciasse il metodo del fuoco, contro le “fake news” e contro i nostri giudizi temerari. Dobbiamo imparare a dedicare del tempo nelle nostre giornate per dire: “non è vero” e “non ti dimenticare”. Non dobbiamo farci anestetizzare il cuore da una società in cui la televisione ci fa vedere solo le notizie più tristi, e si dimentica delle cose belle perché non fanno notizia e non ha tempo di raccontarle; non facciamoci anestetizzare la coscienza da una televisione che banalizza i problemi senza fare luce sulla verità delle situazioni. Non è vero che un migrante ci toglie un posto di lavoro, non è vero che tutti gli insegnanti non fanno il loro dovere, non è vero che per accogliere tutti bisogna togliere il crocifisso e il presepe dagli uffici e dalle scuole, e potremmo continuare a dire tanti “non è vero”, ma dobbiamo anche dirci: “non ti dimenticare”! Perché nella frenesia delle nostre giornate, bastano due giorni per dimenticare una tragedia, e così di tragedia in tragedia ci dimentichiamo di piangere, di farci delle domande, di pregare e di cambiare. Non ti dimenticare che è crollato un ponte a Genova, non ti dimenticare che ci sono stati dei terremoti, non ti dimenticare che le donne troppo spesso subiscono violenza e siamo in pochi a crederci davvero, non ti dimenticare dello Tsunami in Indonesia, non ti dimenticare di pregare per loro.
Abbiamo bisogno della Luce di Gesù! Per imparare a dire “non è vero” e “non ti dimenticare”.
Il Natale ci aiuta a non dimenticare gli altri, accende una luce sulle falsità della nostra società, ci spinge a metterci in cammino per cambiare le cose a partire dal cambiare noi stessi e il nostro cuore. Per questo, a Gesù bambino, chiediamo aiuto perché possiamo diventare uomini e donne di pace:
Signore Gesù, fa’ di noi strumenti della tua pace.
Facci riconoscere il male che si insinua in una comunicazione che non crea comunione.
Rendici capaci di togliere il veleno dai nostri giudizi.
Aiutaci a parlare degli altri come di fratelli e sorelle.
Tu sei fedele e degno di fiducia; fa’ che le nostre parole siano semi di bene per il mondo:
dove c’è rumore, fa’ che pratichiamo l’ascolto;
dove c’è confusione, fa’ che ispiriamo armonia;
dove c’è ambiguità, fa’ che portiamo chiarezza;
dove c’è esclusione, fa’ che portiamo condivisione;
dove c’è sensazionalismo, fa’ che usiamo sobrietà;
dove c’è superficialità, fa’ che poniamo interrogativi veri;
dove c’è pregiudizio, fa’ che suscitiamo fiducia;
dove c’è aggressività, fa’ che portiamo rispetto;
dove c’è falsità, fa’ che portiamo verità.
Signore Gesù accendi una luce nella nostra vita.
Amen.
